Shakespeare e le scimmie dattilografe.

Prendete sei scimmie, date loro sei macchine per scrivere e un tempo infinito e avrete in mano tutti i libri che gli uomini abbiano mai scritto. Il racconto “La logica inflessibile" di Russell Maloney.



Il concetto che certe cose possano accadere semplicemente per caso è per qualcuno difficile da accettare, ma bisogna arrendersi all’evidenza imposta da alcuni principi del calcolo delle probabilità.

Nel poema latino De Rerum Natura, #Lucrezio già evidenziava il fatto che, se l’universo è composto da atomi indivisibili e invisibili alla vista che si compongono i modi diversi per dare vita a tutti i corpi materiali che siamo in grado di osservare, allora dobbiamo renderci conto che tutto è stato creato secondo le regole del caso e non in ottemperanza a un progetto partorito dalla mente di un demiurgo. Alcune combinazioni di atomi portano alla creazione di qualcosa che riesce a perdurare nel tempo e altre invece no.

A Cicerone questa idea pareva insensata, tanto che nella Natura degli dei scrive che allora si potrebbe scrivere gli Annali di Ennio soltanto scrivendo lettere a caso. La critica risulta particolarmente pungente dato che #Lucrezio usava spesso l’analogia della combinazione delle lettere nella formazione delle parole per spiegare in che modo i diversi legami tra atomi potessero generare la grande varietà della natura. Il principio fu ripreso molto tempo dopo nel 1913 da Émile Borel il quale scrisse che, battendo i tasti a caso e in un tempo sufficientemente lungo, una scimmia avrebbe potuto scrivere la Divina Commedia di Dante.


"Sappiamo bene che se sei scimpanzé fossero messi al lavoro a battere i tasti di sei macchine per scrivere in modo casuale, nell’arco di un milione di anni potrebbero scrivere tutti i libri del British Museum."

Ma è proprio vero? Immaginiamo di effettuare veramente questo esperimento e di mettere una scimmia davanti ai tasti di una macchina da scrivere. La scimmia, che presumibilmente non sa quello che fa e non è in grado di comporre coscientemente delle parole in una qualsiasi lingua umana, batte i tasti in modo del tutto casuale. Ci aspettiamo allora che ne emerga una moltitudine di sequenze di caratteri che non possano essere definite parole. Ci dobbiamo aspettare però anche che, di tanto in tanto e per puro caso, sulle pagine compaia qualche parola sensata. Sempre per puro caso, ci dobbiamo aspettare anche che, nel mare di pagine senza senso, emerga qualche volta un'intera frase di senso compiuto. A questo punto, se convinciamo la scimmia a lavorare così per un intervallo di tempo enorme, è possibile che alla fine, tra tante pagine piene di testi inintelleggibili, emergano il Macbeth di Shakespeare, Bel Ami di Maupassant e il distopico 1984 di Orwell. Strano? Non proprio, se pensate che scrivere correttamente l’intero testo di Amleto in questo modo non è impossibile ma solo altamente improbabile. Si tratta quindi di probabilità: può succedere, anche se è terribilmente difficile che accada.


Questo è il tema trattato nel piccolo racconto La logica inflessibile scritto da Russel Maloney e pubblicato sul New Yorker il 3 febbraio del 1940. Nel racconto il protagonista prova l’esperimento delle scimmie dattilografe per vedere se davvero sono in grado di produrre alcune delle opere letterarie presenti al British Museum. La cosa sorprendente è che le scimmie, contrariamente alle aspettative, cominciano subito a scrivere opere ben conosciute, con gran sconvolgimento delle mente di un matematico che non accetta di vedere rovesciata dall’evidenza sperimentale la sua logica fondata su principi ben assodati. Un racconto fantastico che ci fa riflettere sull’inflessibilità da parte di chi non riesce a riconoscere che l’evidenza dei fatti comporta necessariamente un cambio di paradigma, principio fondamentale alla base del progresso delle scienze sperimentali.

Online non ho trovato il racconto in italiano, così ho deciso di tradurlo io. Non si tratta dunque della miglior traduzione possibile ma spero che vi piaccia. Buona lettura!


“La logica inflessibile”

di Russell Maloney


Racconto comparso sul New Yorker il 3 febbraio 1940.

Traduzione a cura di Alessandro Catania.


Quando i sei scimpanzé fecero la loro comparsa nella sua vita, il signor Bainbridge aveva trentotto anni. Era scapolo e viveva comodamente in una zona remota del Connecticut, in una vecchia casa spaziosa, dotata di una strada privata, una serra, un campo da tennis e una biblioteca ben fornita. I suoi introiti provenivano da proprietà immobiliari molto ben posizionate nella città di New York, ed egli spendeva i suoi guadagni sobriamente, in un modo che non avrebbe potuto recare danno a nessuno. Una volta all’anno, sul finire di aprile, faceva rimettere a nuovo la superficie del campo da tennis, e successivamente nessun vicino era più invitato a farne uso; ogni tre anni dava in permuta la sua vecchia Cadillac coupé per una nuova; ordinava i suoi sigari, che erano leggeri e di prezzo piuttosto moderato, in ordini da mille pezzi ciascuno, da un rivenditore di tabacco dell’Havana; a causa della situazione internazionale, aveva eliminato qualunque aspirazione per i viaggi verso l’estero e, dopo le dovute riflessioni, decise di spendere quanto previsto per i viaggi in vini, i quali pareva che potessero divenire sempre più costosi e più difficili da reperire se la guerra fosse perdurata ancora. Nel complesso, la vita del signor Bainbridge era deliberatamente, e con discreto successo, modellata su quella di un gentiluomo di campagna inglese della fine del diciottesimo secolo: un gentiluomo interessato alle arti e al progresso delle scienze, e tanto sicuro di sé da non curarsi se qualcuno pensasse che fosse eccentrico.

Il signor Bainbridge aveva molti amici a New York e trascorreva lì diversi giorni al mese, stando al suo circolo e guardandosi attorno. Qualche volta chiamava una ragazza e la portava a teatro e nei locali notturni. Altre volte si ritrovavano lui e un paio di amici e andavano ad assistere ad un combattimento a premi. Di tanto in tanto il signor Bainbridge dava un’occhiata nelle gallerie d’arte e gli piaceva occasionalmente andare ai concerti. Gli piacevano anche i ricevimenti, per le raffinate futili conversazioni e per l’incredibile numero di ragazze carine che non avevano nient’altro da fare per il resto delle loro serate. Tuttavia, fu proprio ad un ricevimento a New York che il signor Bainbridge fece il suo primo incontro con il destino. Ad uno dei ricevimenti dati da Hobie Packard, un broker di borsa, apprese la teoria dei sei scimpanzé.

Erano quasi le sei e quaranta. Quelli che avevano intenzione di bere qualcosa e andarsene, se ne erano già andati, mentre quelli che intendevano restare stavano traendo nuovo vigore grazie a delle tartine leggermente secche mentre conversavano animatamente. Un gruppo di persone di teatro e della radio stavano raggruppate in un angolo e si stavano accapigliando sui vari metodi per imbrogliare il sistema tributario. In un altro angolo c’era un gruppo di broker di borsa che stavano parlando del più grande dei broker tra tutti loro, Gauguin. La piccola Marcia Lupton stava seduta in compagnia di un giovanotto, dicendogli con onestà «Desideri davvero sapere qual è la mia più grande ambizione? Essere me stessa» e il signor Bainbridge sorrise dolcemente pensando a quando Marcia disse la stessa cosa anche a lui. Poi udì la voce di Bernard Weiss, il critico, dire «Certo ha scritto un bel romanzo. Non è sorprendente. D’altronde, sappiamo bene che se sei scimpanzé fossero messi al lavoro a battere i tasti di sei macchine per scrivere in modo casuale, nell’arco di un milione di anni potrebbero scrivere tutti i libri del British Museum.»

Il signor Bainbridge si avvicinò a Weiss e fu presentato ad un suo compagno, un certo signor Noble. «Cos’è questa cosa del milione di scimpanzé, Weiss?» Chiese.

«Sei scimpanzé» disse il signor Weiss. «È un vecchio cliché usato dai matematici. Penso che tutti ne abbiano sentito parlare a scuola. Le leggi della probabilità, sapete, o forse le permutazioni o le combinazioni. Sei scimmie, battendo a caso sui tasti di una macchina per scrivere, sarebbero destinate a ricopiare tutti i libri che siano mai stati scritti dall’uomo. Ci sono così tante combinazioni di lettere e caratteri che sarebbero capaci di produrle tutte, capite? Ovviamente tirerebbero fuori una montagna di testi senza alcun senso ma tra questi ci sarebbero anche i libri. Tutti i libri contenuti nel British Museum.»

Il signor Bainbridge era felicissimo: questa era proprio quel genere di conversazione che amava ascoltare quando si recava a New York. «Bene ma ascoltate,» disse, giusto per entrare a far parte di quella bizzarra conversazione, «cosa accadrebbe se uno scimpanzé riuscisse a duplicare un libro fino all’ultima frase, ma poi finisse per lasciarla incompiuta? Il libro verrebbe conteggiato lo stesso?»

«Credo di no. Probabilmente lo scimpanzé avrebbe ricominciato il libro daccapo e lo avrebbe completato con l’ultima frase.»

«Che insensatezza!» esclamò il signor Noble.

«Potrebbe anche essere insensata ma Sir James Jeans ritiene che sia così,» disse il signor Weiss, stizzito. «Jeans o Lancelot Hogben. Lo so perché mi ci sono imbattuto di recente.»

Il signor Bainbridge era impressionato. Aveva letto qualcosa di divulgazione scientifica e sia Jeans sia Hogben erano nella sua biblioteca.

«Davvero?» mormorò, fattosi serio. «Ritenete che sia mai stato provato? Cioè, qualcuno ha mai provato a chiudere sei scimpanzé in una stanza con sei macchine per scrivere e un mucchio di carta?»

Il signor Weiss lanciò un’occhiata al bicchiere da cocktail vuoto e rispose seccato, «Credo di no.»

Nove settimane più tardi, in una sera di inverno, il signor Bainbridge stava seduto nel suo studio con il suo amico James Mallard, professore di matematica all’Università New Haven. Evidentemente nervoso, si versò da sé qualcosa da bere e disse, «Mallard, vi ho chiesto di venire – del brandy? Un sigaro? – per un motivo particolare. Ricorderete che vi scrissi tempo fa chiedendovi la vostra opinione su… su una certa ipotesi matematica, una certa supposizione.»

«Certo,» disse il professor Mallard, vivacemente. «Me lo ricordo perfettamente. Si trattava dei sei scimpanzé e del British Museum. E io vi dissi che si trattava di una una perfetta variante divulgativa di un principio noto a tutti gli studenti che abbiano affrontato la scienza delle probabilità.»

«Precisamente,» disse il signor Bainbridge. «Ebbene, Mallard, ho cambiato idea… Non è stato difficile per me perché sono sempre stato in grado di donare qualcosa ogni anno al Museo di Storia Naturale e loro si sentivano comprensibilmente in debito con me… e dopotutto, l’unico contributo che un profano può dare all’espansione delle conoscenze scientifiche è assistere con impegno ad un esperimento… insomma, io…»

«Suppongo che stiate cercando di dirmi che vi siete procurato sei scimpanzé e li avete messi al lavoro alla macchina per scrivere per vedere se fossero davvero in grado di scrivere tutti i libri del British Museum, non è così?»

«Sì, è così,» disse il signor Bainbridge. «Che mente brillante la vostra, Mallard. Sei giovani scimpanzé maschi, in perfette condizioni. Ho costruito quello che suppongo si possa definire un dormitorio fuori, sul retro dell’edificio. Le macchine da scrivere sono nella serra. È un posto luminoso e arieggiato e ho portato fuori buona parte delle piante. Il signor North, il proprietario del circo, molto premurosamente mi ha concesso di assumere il suo migliore addestratore di animali. Non ho avuto davvero alcun tipo di problema.»

Il professor Mallard sorrise benevolmente. «Dopotutto, una cosa del genere non è inaudita,» disse. «Mi sembra di ricordare che un tizio di qualche università mise i suoi studenti a lanciar monete, per vedere se effettivamente veniva fuori testa e croce in un numero uguale di volte. Ovviamente accadde proprio così.»

Il signor Bainbridge guardò stranamente il suo amico. «Allora ritenete che qualunque principio della scienza delle probabilità debba rimanere in piedi se sottoposto ad un vero e proprio esperimento?»

«Certamente.»

«Fareste meglio allora a controllare voi stesso.» Il signor Bainbridge condusse il professor Mallard al piano di sotto, poi lungo un corridoio, successivamente attraverso una sala da musica e infine in una grande serra. La parte centrale del pavimento era stata sgomberata dalle piante ed era stata occupata da una fila di sei tavoli, ognuno dei quali sosteneva una macchina per scrivere. Alla sinistra di ciascuna macchina c’era una pila ordinata di carta ingiallita. Dei cestini vuoti erano stati collocati al di sotto di ogni tavolo. Le sedie erano senza imbottitura ed ammortizzate, del tipo preferito dagli stenografi professionisti. Un grande mazzo di banane mature era appeso in un angolo e in un altro stava un refrigeratore d’acqua e una rastrelliera per le tazze. Sei pile di fogli battuti a macchina, ognuno alto circa un piede, erano collocate lungo una parete su uno scaffale improvvisato. Il signor Bainbridge prese una delle pile, quella che potè più agevolmente sollevare, e la poggiò su un tavolo di fronte al professor Mallard. «Ecco ciò che ha prodotto ad oggi lo scimpanzé A, noto come Bill.» disse semplicemente.

« “Oliver Twist, by Charles Dickens”, » lesse il professor Mallard. Lesse ancora le prime due pagine del manoscritto, poi febbrilmente sfogliò il manoscritto fino al fondo. «Vorreste dirmi,» disse, «che questo scimpanzé avrebbe scritto…»

«Parola per parola, virgola dopo virgola,» disse il signor Bainbridge. Young, il mio maggiordomo, ed io lo abbiamo confrontato con l’edizione che posseggo. Una volta finito “Oliver Twist”, Bill, come potete vedere, ha cominciato i lavori di sociologia di Vilfredo Pareto, in italiano. Al ritmo al quale sta procedendo, quest’opera potrebbe tenerlo occupato per il resto del mese.»

«E tutti gli scimpanzé…» Il professor Mallard era impallidito e articolava con difficoltà «… sono tutti…»

«Oh sì, stanno tutti scrivendo i libri che ho tutte le ragioni di credere si trovino al British Museum. La prosa di John Donne, di Anatole France, Conan Doyle, Galen, la raccolta di commedie di Somerset Maugham, Marcel Proust, le memorie di Maria di Sassonia, e la monografia di un certo Dottor Wiley sulle erbe palustri del Maine e del Massachusetts. Posso riassumervi brevemente dicendovi, Mallard, che da quando l’esperimento è cominciato, quattro settimane e più giorni fa, nessuno degli scimpanzé ha sprecato un solo foglio di carta.»

Il professor Mallard si raddrizzò, si passò il fazzoletto sulla fronte e prese un profondo respiro. «Mi scuso per la mia debolezza,» disse. «È stato semplicemente uno shock. No, guardandolo da un punto di vista scientifico – e mi auguro di esserne capace almeno come chiunque altro – non c’è niente di strabiliante in tutto ciò. Questi scimpanzé, o una serie di simili gruppi di scimpanzé, potrebbero scrivere tutti i libri del British Museum in un milione di anni. Perché la mia opinione dovrebbe essere alterata dal fatto che stiano producendo alcuni di quei libri proprio all’inizio della loro attività? Dopotutto, non dovrebbe sorprendermi molto se lanciassi una moneta un centinaio di volte e uscisse testa a tutti i lanci. Io so che se continuassi a lanciare la moneta per un tempo sufficientemente lungo, la proporzione si ridurrebbe al valore fissato nel cinquanta percento esatto. Posso star certo che questi scimpanzé cominceranno a produrre presto testi inintelligibili. Deve accadere per forza. Ce lo dice la scienza. Nel frattempo, vi raccomando di tenere segreto questo esperimento. Le persone disinformate potrebbero sollevare un polverone se ne venissero a conoscenza.»

«Lo farò certamente,» disse il signor Bainbridge. «E vi sono molto grato per la vostra analisi razionale. La trovo rassicurante. Adesso, prima che andiate, dovete ascoltare il nuovo disco di Schnabel che è arrivato oggi.»

Nel corso dei successivi tre mesi, il professor Mallard prese l’abitudine di telefonare al signor Bainbridge ogni venerdì pomeriggio alle cinque e trenta, subito dopo aver lasciato l’aula in cui teneva le sue lezioni universitarie. Il professore chiedeva «Ebbene?» e il signor Bainbridge rispondeva, «Sono ancora tutti all’opera, Mallard. Nessun foglio è ancora andato sprecato.» Se Bainbridge aveva la necessità di uscire di casa il venerdì pomeriggio, lasciava un messaggio scritto al suo maggiordomo, che lo avrebbe letto al professor Mallard: «Il signor Bainbridge dice che ora siamo in possesso di “La vita di Macaulay” di Trevelyan, delle “Confessioni” di Sant’Agostino, del capitolo “Vanity Fair” della “Vita di George Washington” di Irving, del “Libro della Morte” e di alcuni discorsi pronunciati in Parlamento in occasione dell’opposizione alle leggi sul grano, signore.» Il professor Mallard rispondeva, con un accenno di ringhio nella sua voce, «Gli ricordi quello che ho predetto,» e riattaccava con un colpo deciso.

L’undicesimo venerdì in cui il professor Mallard telefonò, il signor Bainbridge disse, «Nessun cambiamento. Ho dovuto conservare la maggior parte dei manoscritti in cantina. Avrei voluto bruciarli se non fosse che probabilmente hanno un qualche valore scientifico.»

«Come potete parlare di valore scientifico?». La voce dalla New Haven ruggì timidamente nel ricevitore. «Valore scientifico! Voi… voi… scimpanzé!» Ci furono ulteriori farfugliamenti inarticolati e il signor Bainbridge riattaccò con un’espressione turbata. «Temo che Mallard sia in sovraccarico di lavoro», mormorò.

Il giorno successivo, egli fu piacevolmente sorpreso. Stava sfogliando un manoscritto completato il giorno prima dallo scimpanzé D, Corky. Si trattava del diario completo di Samuel Papys e il signor Bainbridge stava ridacchiando leggendo alcuni passi piccanti che erano stati omessi nell’edizione ch’egli stesso possedeva, quando il professor Mallard venne introdotto nella stanza. «Sono venuto per scusarmi per la mia scandalosa condotta di ieri al telefono.» Disse il professore.

«Vi prego, non pensateci più. So che avete molte cose a cui pensare,» disse il signor Bainbridge. «Gradite qualcosa da bere?»

«Un bel whiskey liscio, grazie,» disse il professor Mallard. «Mi sta cogliendo una certa sensazione di freddo. Nessun cambiamento, suppongo.»

«No, nessuno. Lo scimpanzé F, Dinty, ha appena concluso la trascrizione dei saggi di Montaigne nella traduzione di John Florio ma non vi è nessuna altra notizia degna di interesse.»

Il professor Mallard alzò le spalle e vuotò il suo bicchiere in un sol sorso. «Mi piacerebbe vederli al lavoro,» disse. «Pensate che possa disturbarli?»

«No, affatto. In effetti, di solito li sto ad osservare a quest’ora della giornata. Oramai Dinty dovrebbe aver terminato la sua opera di Montaigne ed è sempre interessante vederli cominciare un nuovo lavoro. Avrei potuto pensare che avrebbero continuato a scrivere sullo stesso foglio ma invece non lo fanno. Sempre un nuovo foglio bianco e il titolo scritto in lettere maiuscole.»

Il professor Mallard, senza complimenti, si versò un altro bicchiere e lo mandò giù. «Dopo di voi» disse.

Era ormai il crepuscolo nella serra e gli scimpanzé stavano battendo a macchina nella luce delle lampade fissate ai loro tavoli. Il custode riposava in un angolo, mangiando una banana e leggendo le pagine del Billboard; «Puoi prenderti un’ora circa di pausa,» gli disse il signor Bainbridge. L’uomo uscì.

Il professor Mallard, che non si era tolto il cappotto, stava in piedi con le mani infilate nelle tasche, guardando gli scimpanzé tutti assorti nel loro lavoro. «Mi chiedo se sappiate, Bainbridge, che la scienza delle probabilità prende tutto in considerazione,» disse con una strana voce tesa. «Va certamente oltre ciò che è credibile che questi scimpanzé possano scrivere libri senza nemmeno un singolo errore, ma l’anomalia può essere corretta da… queste!» Tirò fuori le mani dalle tasche e in ognuna stringeva una pistola calibro 38. «Allontanatevi dalla traiettoria di fuoco!» urlò.

«Mallard, fermatevi!» Le pistole esplosero dei colpi, prima quella nella mano destra, poi la sinistra, poi la destra. Due scimpanzé caddero e un terzo vacillò verso un angolo. Il signor Bainbridge afferrò il braccio del suo amico e gli strappò una delle sue due armi.

«Adesso sono armato anch’io, Mallard, e vi consiglio di fermarvi!» esclamò. La risposta del professor Mallard fu di prendere bene la mira sullo scimpanzé E di ucciderlo con un colpo. Il signor Bainbridge si precipitò e il professor Mallard gli sparò. Il signor Bainbridge, nella sua rapida agonia verso la morte, strinse il dito sul grilletto della sua pistola; poi cadde e anche il professor Mallard finì a terra. Carponi, sparò ai due scimpanzé rimasti ancora illesi e infine collassò.

Non c’era più nessuno ad ascoltare le sue ultime parole. «Il fattore umano… sempre nemico della scienza…» ansimò. «Questa volta… al contrario io, un misero mortale… salvatore della scienza… merito un Nobel…»

Quando il vecchio maggiordomo entrò di corsa nella serra per capire la ragione di tanto baccano, i suoi occhi andarono incontro ad uno spettacolo davvero spaventoso. Le lampade si erano frantumate ma una luna appena sorta illuminava attraverso le finestre i cadaveri dei due gentiluomini, ognuno con in mano una pistola fumante. Cinque scimpanzé erano morti. Il sesto era lo scimpanzé F. Il suo braccio destro fuori uso, ormai chiaramente prossimo alla morte per dissanguamento, era crollato davanti alla sua macchina per scrivere. A fatica, con la mano sinistra, estrasse l’ultima pagina completata delle opere di Montaigne nella traduzione di John Florio. Ricercando a tentoni un foglio bianco, ne inserì uno e batté con un solo dito: “LA CAPANNA DELLO ZIO TOM, di Harriet Beecher Stowe”. Poi, spirò.

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