Nelle profondità del blu egizio.

Le nuove applicazioni di un'antichissimo pigmento, il primo ad essere stato creato artificialmente dall'uomo.


Esiste una particolare tonalità di blu difficile da trovare di norma ma che osserverete piuttosto facilmente aggirandovi per le sale di un museo egizio. Si tratta di un blu, non troppo scuro, ma stranamente brillante, capace di catturare l’occhio più di tante altre tonalità del medesimo colore.

Il blu egizio è considerato il primo colore derivante da un pigmento sintetico mai realizzato nella storia e la sua creazione si deve proprio agli egizi vissuti quasi 5000 anni fa, che per primi lo utilizzarono nelle loro opere d’arte. A differenza di altri pigmenti che si ricavano direttamente da un minerale ridotto in polvere, il blu egizio viene creato tramite una miscela di più pigmenti; in particolare, si devono usare, nelle giuste quantità e proporzioni, carbonato di calcio, carbonato di sodio e una qualche fonte di rame, ad esempio la malachite, già utilizzata per ottenere un pigmento verde.

Questo pigmento si diffuse in tutto il Mediterraneo e si ritrova presso diverse civiltà che lo importarono, per poi scomparire durante il Medioevo. È solo nel corso dell’800 che il blu egizio venne riscoperto da alcuni studiosi che cercarono di riprodurlo grazie anche alla descrizione che ne fece Vitruvio in epoca romana.

Al di là del suo uso nel mondo dell’arte, il blu egizio resta un pigmento molto interessante anche nel nostro mondo contemporaneo votato alla tecnologia. Capita infatti che alcune conoscenze antiche si rivelino di grande utilità in campi che i primi creatori non potevano nemmeno immaginare. Ad esempio, la polvere del particolare pigmento del blu egizio viene oggi utilizzato per la rilevazione delle impronte digitali, rivelandosi un alleato per gli inquirenti sulla scena del crimine.


"L'antico pigmento blu viene usato oggi nella produzione dei pannelli fotovoltaici"

Esistono poi studi che hanno cercato di utilizzare il blu egizio nella produzione di ossa artificiali, grazie al suo particolare potere antibatterico che lo rende adatto a questo tipo di utilizzo.


C’è poi ancora un utilizzo del blu egizio che in realtà conosciamo tutti, anche se non ne siamo probabilmente consapevoli. Questo pigmento viene utilizzato sulla superficie dei pannelli solari perché contribuisce alla cattura di una maggiore quantità di luce, aumentando così l’efficienza del pannello. È quindi all’antico blu egizio, che si deve la particolare colorazione blu dei pannelli solari che abbiamo tutti visto da qualche parte, banalmente sui tetti delle case che li hanno installati.

Ecco che un’antica ricetta nata per l’applicazione diretta in campo artistico si è trasformata in una sostanza high-tech a migliaia di anni di distanza. Un piccolo esempio che ci insegna a tenere aperta la mente perché le migliore idee in campo scientifico e tecnologico non sempre giungono dai vari rami della scienza stessa ma possono arrivare, più o meno inaspettatamente, da altri campi del sapere. Perché nel sapere umano le barriere si alza